mercoledì 31 ottobre 2007

Rinascere

Apro gli occhi.
Una splendida giornata di sole e brezza si presenta a me non appena apro le tende verde militare che oscurano il mio sonno.
Respiro e mi sento inquieta, così entro in chiesa per salutare colui che mi ama ed emerge da dentro il motivo della mia perduta pace.

Scorrono veloci, ma nitidi i ricordi dell’amicizia più intensa che io abbia mai avuto, quella stessa alla quale posi fine più di due anni fa.
La voglia di riiniziare, dopo il silenzioso perdono avvenuto ormai da tempo dentro di me, è stata frenata in questi mesi dal timore di un rigetto, di un ulteriore addio.
Penso.
Capisco che si tratta solo di una questione di orgoglio, aggiungo forza a quella già conquistata nel tempo e decido che il perdonare è amore, la paura del rifiuto è codardia.
Ammetto di aver inoltre il dubbio che un rapporto come quello che per anni ci ha contraddistinte, non potrebbe essere ripristinato.
Ammetto che proprio per questo la mia coscienza egoista mi ha sempre suggerito di lasciar perdere, perché avrei solo sofferto, abituata ad avere la sua amicizia giorno e notte.

Almeno, riparata dal muro dell’odio, non mi poteva scalfire la sua indifferenza, poiché nemmeno io la cercavo.
Ma a lungo andare l’odio e l’indifferenza producono più dolore che l’amore rifiutato.

Per questo oggi le scrivo, dopo due anni.
Dopo che per due lunghissimi anni i nostri telefoni non hanno mai figurato una chiamata l’una verso l’altra.
Le scrivo ed attendo.
Attendo e ricevo risposta.

Parole già dette, parole già ascoltate


Le storie di violenza si moltiplicano nel mio corredo culturale peruviano, i bambini diventano il primo obiettivo di rieducazione.
Queste stesse creature vengono “fabbricate” perché l’uomo peruviano rifiuta metodi contraccettivi, anche se la donna dovesse essere a rischio.
I bambini diventano “cavie di vita familiare” per i genitori, tanto giovani e tanto poco istruiti per portare avanti veramente una famiglia.
Avere un figlio è diventata una prassi naturale, senza volontà effettiva che deriva da un sentimento di amore e donazione.
La vita di un figlio è un peso talvolta, diventa una bocca da sfamare, una divisa di scuola in più da comprare, una testa piena di pidocchi da lavare.

Gli uomini, la maggior parte di essi, dopo qualche anno di matrimonio, lasciano moglie e figli – almeno 4 o 5- e spariscono dalla circolazione con un’altra donna.
E sparire è il verbo usato da Celia, la psicologa del Gardin dove sono stata a Tingo Maria.
Mi ha raccontato la sua esperienza.
Lei, bella donna, mamma, lavoratrice e amorevole volontaria nel suo piccolo barrio di Tingo, usa il termine “sparire”, perché l’uomo che lascia fa perdere completamente le sue tracce, non manda più soldi alla madre, né al bambino; si ricostruisce una famiglia con un’altra povera illusa e va avanti qualche anno con lei.

I peruviani non si accontentano di una vita, ne vogliono di più, ogni donna è una vita, loro non si accontentano di una sola donna.

Se la situazione italiana sembra tragica, qui allora non è nemmeno da valutare.

Ne deduco che ogni paese ha le sue cose belle e tristi, ne deduco anche che in ogni paese quelli che pagano di più sono sempre e comunque i bambini.

martedì 30 ottobre 2007

Una proposta

Domani compio un mese di Perù.
Dire che il tempo passi in fretta è dire nulla.
Le cose da fare ancora si delineano, davanti a me, in modo poco uniforme, direi del tutto confusionario.
Oggi una nuova proposta: il Mato Grosso.

L’Operazione Mato Grosso è ben conosciuta dalle mie parti a Milano, con loro collaboriamo per portare viveri ai poveri del Perù, hanno una quarantina di “case”, ovvero di realtà quasi totalmente indipendenti che operano in vari settori, come l’istruzione, la sanità e l’alimentazione, nonché il lavoro.
Fabbricano mobili in legno, vere e proprie opere d’arte.

“Mi chiamo Michele, sei italiana?”, mi chiede l’omone appena entrato nell’asilo delle suore monfortane.
“Si, sono italiana. Mi chiamo Gaia”.
Mi dice di appartenere all’operazione Mato Grosso e felice gli racconto della mia piccola esperienza con l’organizzazione.
“Facciamo le raccolte viveri con la mia parrocchia! Ho provato a venire qui con voi, ma poi è stato più facile con Luciano, insomma, si conoscevano lui e mio padre”.
“Bene, Gaia. Perché non vieni nella sierra a vedere quanti gioani italiani sono momentaneamente impegnati nelle missioni?”
La cosa mi alletta parecchio, e non lo nascondo.
“Cavolo! Mi piacerebbe molto, ma ho iniziato qualcosa a Nana, non vorrei abbandonare tutto e riiniziare da capo. Mi ci è voluto un mese per conoscere più o meno la realtà li, come posso ora spostarmi e andare a due giorni di distanza. I miei bambini di Moròn, non posso lasciarli”.
Intanto però la suora li con noi mi consiglia di staccarmi un po’ dalla vita della casa dei monfortiani e spingermi avedere questa realtà.
“Se ti vuoi sposare”, mi dice con il sorriso, “qui hai la possibilità di conoscere dei giovani che sono assolutamente in gamba, che condividono il tuo ideale di missione”.
Mi si muove in testa qualcosa.
Corro a casa mi butto su internet.
Cerco dove sono questi dell’OMG.
Lo trovo, trovo che sono anche a Nana.

Intanto Michele mi ha dato anche alcuni numeri di telefono per vedere la mostra permanente dei loro lavori. Li potrò incontrare i volontari e capire che possibilità ci sono per me per poter partecipare durante la mia permanenza.

Lunedi, appena sarò a casa, andrò a visitare il loro orfanotrofio, proprio vicino alla casa dove sono io e potrei mettermi d’accordo con le ragazze che lavorano la, per partecipare a qualche incontro organizzativo.

Insomma mi manca la realtà giovanile, mi manca una condivisione con i miei coetanei che stanno avendo un’esperienza come la mia.
Mi manca la possibilità di conoscere un ragazzo con ideali simili ai miei.
Tutto questo mi manca parecchio.

La mia preghiera è che Dio mi faccia incontrare una persona con la quale poter condividere la mia vita e la vita di missione.

Luciano sembra contrariato, non afferra il perché di questa spinta a voler conoscere quelli del Mato Grosso.

Notte brava!


Mi alzo vado all’asilo e dopo poco mi avvertono che Luciano è qui, tornato da Uchiza.
Lascio i miei bimbi e corro da lui, lo abbraccio fortissimo e mi accorgo di quanto mi sia mancato.
Lui lo nota subito e se la ride sotto i baffi.

“E così ieri sei uscita!”, mi dice ridendo.
L’uccello del malaugurio non ha aspettato un solo secondo, deve essere stata la prima cosa che gli ha detto appena arrivato.
Dopo le farò io una battutina.

“Certo, e sono tornata alle 23.30!”, rispondo fiera della mia puntualità.
Avevo infatti accordato con la “bisbetica poco domata” che sarei tornata per le 23.30!
Andò così.
Mi venne voglia di uscire alla sera e perciò le chiesi se potevo farlo, solo una passeggiata con rientro alle 23.
“Mi piacerebbe vedere la piazza di notte, fare un giretto, non andrò a ballare, tanto è tutto chiuso! Posso chiederlo a Saulo?”, le chiedo con il sorriso.
Sapevamo comunque entrambe che si trattava solamente di una domanda retorica e che io l’avrei fatto comunque.
“Certo, è molto carina la piazza!”, mi rispose.
Rimasi sbalordita, mi aspettavo il solito viso cinico e la battutina pronta, ma mi colse di sorpresa.
Poco dopo mi accorsi che la signorina è più subdola di quanto pensassi: aspettò infatti che io uscissi a comprare le sigarette e si precipitò da Saulo a dirgli di andare pure, ma di non arrivare dopo le 22.00, 22.30.
Ignaro del mio accordo relativo all’orario, mi disse: “muoviti Gaia, dobbiamo andare che alle 22.30 massimo dobbiamo essere a letto!”
Divenni completamente rossa dalla rabbia, capii ciò che aveva fatto e decisi di aspettare il ritorno della strega della selva.

Mangiammo, io e Saulo, intanto lei arrivò quando mi trovavo in bagno.
Sentii che parlava con lui e mi precipitai a controllare la situazione prima che degenerasse.
Interruppi la conversazione e dissi: “ Bene, allora andiamo! Giovanna, le chiavi per chiudere ho visto dove sono, così non ci devi aspettare sveglia!”
Quanto mi divertii a dirla quella frase, ottenni ciò che mi aspettavo:
“Ma alle 22.00. sarò ancora sveglia, non preoccuparti!”
“Oh, si! Ma alle 22.00 io sarò ancora fuori. Conto di tornare per le 23.30 circa!”
Ovviamente lei aveva giocato al ribasso, e per di più un gioco sporco; così io giocai al rialzo, e vinsi!
“Ma non credere di essere a Milano: qui non c’è molto da vedere!”
“Infatti non devo vedere, ma sedermi a bere del Pisco Souer, poiché me ne hanno parlato così bene. Proprio quello della selva, di Tingo Maria!”.
Ammetto, leccai un po’…ma ottenni ciò che volevo!
“Ah beh, certo! Qui lo fanno bene, devi proprio assaggiarlo!”.

Bene, avevo guadagnato un’uscita con bevuta ed il tutto in modo esplicito, con il permesso della dea madre.
Fu una serata assolutamente piacevole, bevemmo due litri di birra, altro che pisco, e ci ritrovammo un po’ allegri, ma abbastanza sani per capire che dovevamo tornare a casa.

Aiutooo!!!

Si sa che molto spesso ciò che appare poi, in modo deludente, non si rivela tale.
Così è successo anche a me, durante il soggiorno a Tingo Maria.
Un’altra volta mi sono sbagliata completamente su una persona.

La cara madre J, la quale il primo giorno aveva riscosso successo e si era aggiudicata il primo posto nella classifica delle missionarie, si è rivelata una persona che a mio parere non fa altro che emanare odio.
Al mattino non emette un sorriso, ma ti guarda con il solito broncio che le ha provocato quelle rughe all’ingiù e quelle scomode palpebre cadenti, che collaborano a rendere la sua faccia quasi insopportabile alla vista.
Sicura di sé e del bene che solo lei, padrona della zona, può apportare ai poveri peruviani, si pone in una maniera agghiacciante verso gli altri.
“Ah, la signora A. ha comprato questo che devo regalare alla bimba, ma guarda! E’ sporco, le ha comprato una cosa macchiata!”
“Dille se te la cambia!”
“Se le dico che non è capace di fare acquisti si arrabbia, si offende!”
“Certo, ma c’è modo e modo per dire le cose, non credi, dille che il vestitino è bellissimo, ma che forse non si è accorta delle macchie!”
Sbuffa.
Io me ne vado disgustata, e la sento che dice “Adesso vede cosa le dico!”

Da che era un angelo per me è diventata una stucchevole presenza, di quelle che ti fanno alzare gli occhi al cielo anche solo se le vedi da lontano.

Capisco perché tutte le suorine sono scappate da qua, è la classica arpia che tutto sa e tutto fa, intanto io non mi sento a mio agio, ma come un ospite non gradito e di troppo.
Alla casa dei padri sono tutti gentili.
Lei sta attenta se parlo troppo con Saulo perché in tal caso lui non resta a sua completa disposizione per leccarle i piedi nel momento in cui ne ha bisogno.
Non le va bene se Madre I cucina e, quando cucina, si lamenta perché le porzioni sono troppo abbondanti.
Ha paura che le si utilizzino le risorse, così il grana, che probabilmente risale a 5 anni fa, non si riesce a mangiare e nemmeno a grattugiare.

Qualche giorno fa andai da un padre per il pranzo e mi fermai anche a cena; quando tornai mi disse con tono acido e provocatorio:
“Ecco, così ti sei saziata e non hai bisogno che io ti prepari troppa roba domani!”
La cosa raccapricciante è che lo fece sul serio!

domenica 28 ottobre 2007

La mia via crucis: Cachicoto




Il giorno seguente andai con Luciano e Ilba e Cachicoto, un paesino e due orette da Tingo.
Non prendemmo la macchina, ma un taxi.
Pagammo 80 soles andata e ritorno: circa 20 euro per 4 ore di viaggio.
Non mi aspettavo certo di passare 4 ore della mia giornata a rimbalzare sul sedile della macchina per le buche che costellavano la stradina di fango.
A metà strada gridai che per me era troppo, che un calvario tale non me l’ero scelto.
Certo avrei potuto fare a meno di piangermi addosso mentre vedevo la gente seduta nella terra che supplicava giustizia, ma fu una sensazione insopportabile: i miei organi interni sballottati come budino su e giù, faceva effettivamente male.
Per le ore a seguire, tenni gli addominali sempre tesi e migliorò un po’ la situazione.
Arrivammo alla chiesa la gente era estremamente felice di vedere finalmente un prete che celebrava, dal canto mio avrei voluto dormire, ma stetti a messa.
Seconda tappa della mia via crucis: abituata ad una casa a Nana dove gli insetti sono solo zanzare, mi misi praticamente a piangere quando vidi che sul soffitto volavano delle vespe due volte più grandi di quelle italiane.
Volevo scappare, uscire da quel posto a mio parere invivibile.
Tenni duro, la messa finì.
Terza tappa: la benedizione.
Vidi il responsabile della chiesa portare un secchiello sporco con dell’acqua beige. Luciamo prese un fiore dall’altare e scese dai fedeli in attesa di essere bagnati con l’acqua benedetta.
Conoscendo Luciano mi avrebbe rovesciato metà di quel liquido in testa. Pensai “in Italia non succederebbe mai, speriamo che ci pensi e non mi bagni”.
Lo guardai e capii le sue intenzioni, mi misi il cappuccio: per i pidocchi avrei voluto aspettare ancora un po’.

Dopo la benedizione mi soffermai in fondo alla chiesa e vidi con stupore che la gente non era uscita, ma aveva formato una fila davanti al padre che imponeva le mani con profondo rispetto verso quelle persone imploranti.
Mi domandai come fanno a credere che un uomo guarisca, il mio scetticismo supera il limite della blasfemia a volte.
Luciano mi disse che la gente ha bisogno di segni, ha bisogno di presenza, questa era la loro fede.
Mi piacerebbe che anche in Italia fosse cosi, che la gente credesse di più nella figura del prete come testimone diretto di Dio, come suo servo.

Quarta tappa: il pranzo.
Eravamo stati invitati dal sacrestano per il pranzo.
“questa volta sono preparata, non mi aspetterò nulla come se fossi in Italia”, pensai, ma mi dovetti ricredere e feci la mia solita figuraccia da occidentale irriverente.
Avevano infatti preparato pasta al sugo, patate fritte e pollo.
I piatti erano già pronti e il pollo troneggiava su ogni mucchietto di patatine, poste accuratamente in ogni piatto.
Guardai amareggiata: “Yo no como carne, perdoname!”
“No se preocupe, esto es pollo!”
Fantastico!
Mi toccò spiegare che sia il pollo che il pesce per me è carne e che quindi non avrei potuto mangiarlo.
Tornai nella stanza dove avremmo mangiato e pensai che avrebbero tolto dalle patate quel tocco di carne che avevo rifiutato.
Mi sentivo svenire, è oramai da 5 anni che non tocco cibo “contaminato” da un essere morto e ora avrei dovuto farlo.
Volevo scappare anche da li, dire in modo scocciato che insomma, se dico che non la mangio non voglio nemmeno cibarmi di quello che è stato a contatto con ciò che non mi piace, che bisogna avere rispetto per l’ospite…
Non dissi nulla, mangiai senza lamentarmi, con la nausea che mi passò quando assaggiai la pasta cucinata con amore in pentole sudice, da mani sporche, ma di cuore.
Sopravvissi così alla quarta prova.

Quinta tappa: la stretta di mano.
Nel momento di congedarmi, come sempre, strinsi mani e diedi baci.
Nel momento di salutare l’uomo di casa mi vennero in mente le sue mani che avevo notato a tavola.
La sagoma delle unghie erano completamente contrassegnate dal nero della terra e dello sporco infiltrato, in più ero rimasta scioccata dal fatto che, non solo non se le era lavate prima di sedersi a mensa, ma avesse mangiato il pollo con le mani, senza mai pulirsi nel tovagliolo, e approfittando della sua bocca per togliersi i rimasugli di carne e l’unto.
Superai anche quella prova.

Sesta tappa: il bagno.
Fu breve, una breve ammissione di assenza di coraggio.
La sesta prova fu troppo e desistetti dal dimostrarmi all’altezza della situazione.
Uscimmo dalla casa, mi scappò come sempre la pipì.
“Luciano vado in bagno, faccio pipì e poi partiamo”.
Corsi nel bagno della parrocchia, aprii la porta sperando come chi è convinto di vedere la salvezza e mi ritrovai uno sciame di vespe doppie (io le chiamo così perché sono enormi: il doppio di quelle italiane), urlai, chiusi la porta e mi precipitai alla macchina agitando le mani come per allontanarmi la visione appena gustata.
Salii in macchina e a metà strada maledissi la mia paura, in quel momento l’avrei fatta anche tra i leoni.

Jonatan

Arrivammo alla chiesa e costatai che le coppiette erano pluricinquantenni, che gli invitati erano molti e che la chiesa era assolutamente angusta per quella moltitudine di gente accorsa, in secondo luogo, per la festa del Senor de los milagros.
Cercai di seguire Luciano dentro la chiesa, ma non mi riuscì particolarmente. C’erano tutte le panche già occupate e la gente, veramente gentile, si alzava per me, ma io rifiutavo con un sorriso di ringraziamento.
Mi sedetti per terra e iniziai a notare gli insetti che erano accorsi evidentemente per la cerimonia.
Svenni!
La luce si spense, la gente si alzò in piedi e nella mia testa si avvicendarono ansie da thriller: mi avrebbero, secondo i miei pensieri, rubato la macchina fotografica, in precedenza messa in mostra per riprendere gli sposini, un terrorista poi, responsabile del cortocircuito, avrebbe fatto fuoco sulla folla uccidendo tutti.
La gente non mi si avvicinò nemmeno e il terrorista tardava ad arrivare quindi convenni che mi stavo sbagliando.

Grazie al blackout, presi parte alla folla del “fuori chiesa”, almeno li respiravo e il mio sedere non sarebbe rimasto preda d’insetti carnefici.
Mi ritrovai in uno stato di confusione mentale: avrei voluto fare foto qua e la , visitare, ora che nessuno me lo impediva, la gente, le strade; intanto vedevo la gente che mi guardava stranita, domandandosi da che pianeta venissi e perché ero capitata proprio li.
Tutte domande legittime, che mi impedivano però di svolgere il mio compito di raccolta accurata dei dati.
La mia testa suggerì, dopo qualche decina di minuti, di andare oltre a questa gente e ai loro sguardi; avrei potuto trasformare il disappunto in un sorriso, o per lo meno a qualcosa che ci assomigliasse.
Mi voltai un po di volte in cerca della mia preda e finalmente vidi un bambino che non mi stava guardando, ne si stava divertendo.
Decisi che lui sarebbe stato il mio primo scatto di Tingo Maria.
Ogni luogo è stato contrassegnato da un primo scatto, di volto, di sguardo, di persona, anche tingo doveva averne uno: Jonatan.

Al flash la sua faccia diventò decisamente irritata e mi voltò le spalle in segno di protesta.
Mi sentii ancora più a disagio, fino a che sua madre lo rimproverò per la brusca reazione e gli disse qualcosa che non capii, ma che sicuramente gli fece vedere la cosa da un altro lato.

Si voltò dalla mia parte e mi guardò, mi ricordai degli occhi dei bimbi di Nana: mi mancavano già, pensai come avrei fatto in Italia.
Ma subito la mia mente ritornò a Jonatan, mi chinai e lo guardai fisso negli occhi, gli sorrisi e gli chiesi se voleva che gliene scattassi un'altra. Mi disse di si con la testa.
Sempre piegata per stabilire un contatto più inti mo gli chiesi quest volta di sorridere.
Scattai e ne uscì un volto tranquillo che tentava di sorridere.