domenica 11 maggio 2008

E Moron?



Ho lasciato perdere Moron Chico, mi sono allontanata da loro per dedicarmi a La Era, senza pensare alla storiella del Piccolo Principe, dell’addomesticare e poi doversene prendere cura.
Il padre di Devora, mai conosciuto in vita mia, mi si avvicina “buon giorno sorella, non esce più con mia figlia Devora come faceva una volta!”.
“Sì, in effetti dovrei dedicare loro un po’ più di tempo, ma sono molto presa dall’altra parte!”.
Con le ragazzine oggi ho respirato ancora una volta il piacevole incontro che era stato con loro.
Mi avevano accolta e avevano fatto posto nelle loro vite per me.
Mi preparo ad entrare in una settimana di silenzio e riflessione, ma quando tornerò alla mia vita quotidiana, voglio cercare di riprendere anche il rapporto con loro.

Pentecoste e Vergine di Fatima.


Oggi oltre che la festa della madre è anche Pentecoste e per il pueblo di Moron Chico anche la festa patronale.
La messa è stata vivace e colorata. Il profumo di fiori copriva l’odore che Nena e Quasi, i due matti di Nana, si portano dietro con orgoglio.
























Arrivo alla chiesetta con il vestito nuovo, quello che mi ha finito la nonna di Andres.
E’ la prima volta che mi vedono con un vestitino e tutti mi fanno i complimenti.
Luciano mi scatta una foto vicino alla madonna, che poi sarà portata in processione, e a Quasi.
Si chiama Quasimiro, ma lo chiamano Quasi, pronunciando Casi, che corrisponde esattamente al nostro “quasi”, e detto a lui, suscita un divertente gioco di parole, visto che di testa il Quasi, non ci sta proprio del tutto, ma quasi.
Da due mesi a questa parte ho solo partecipato a messe durante la sera, alle 19, per la precisione.
Oggi è la prima volta che mi capita di viverne una con il sole, oltre che fuori era anche dentro di me.
Vedevo la gente più sorridente, le ragazzine più presenti, i bambini felici di vedere Padre Luciano che benedici tutti con sostanziosi spruzzi d’acqua santa.

La Festa della Mamma.




Per la festa della mamma, le sorelle della Sapienza hanno organizzato un coloratissimo avvicendarsi di canti e danze all'interno del collegio. Le tre fasce territoriali, la sierra, la selva e la costa, hanno balli e musiche tipiche della loro tradizione, così le ragazzine del Sabiduria hanno rappresentato in modo assolutamente grazioso queste tre vivaci identità. C'erano centinaia di madri che guardavano lo spettacolo asciugandosi il sudore per il sole cocente che picchiava forte sulle loro teste non riparate.
Ho pensato alla mia di madre, così lontana.
Mi sono ricordata degli anni in cui doveva sorbirsi quegli splendidi saggi di danza classica dei quali ero protagonista marginale.
Quante cose ha fatto per me, quante cose le madri fanno per i loro figli senza che loro se ne rendano conto.
Oggi è la festa della mamma e io sono lontana da lei, come sei anni fa quando sono partita per Londra.
Molti mi dicono perché sono stata così crudele a partire e lasciare la mia famiglia, molti altri si chiedono che razza di donna forte sia mia madre per lasciarmi andare e privarsi di sua figlia.
Io non credo né nella mia crudeltà, né nella forza fine a se stessa di mia madre, quanto più credo nel suo amore.
Un amore che non limita, ma libera.
Un amore che non domanda, non interroga, ma si fida.
L’amore che solo le mamme sanno provare.

giovedì 8 maggio 2008

Ma non cedo.

Con aprile se ne va anche l’estate.
Il freddo si fa sentire nelle prime ore della mattinata e verso le sei di sera.
L’ho sentito domenica quando, la notte, il solito lenzuolo non è più bastato.
La mia pelle era gelata e i brividi in tutto il corpo mi hanno costretta al risveglio. Non avevo coperte, né altre lenzuola da stendermi addosso.
La stessa cosa l’ho vissuta fino a poche ore fa. Non mi sono ricordata di munirmi di una coperta e così anche stanotte ho sofferto il freddo.
Ma non è stato tremendo, è stato più sopportabile del previsto. La mia mente diceva “Gaia, non ci puoi fare nulla, per adesso è così”.
Allora mi mettevo l’anima in pace e dormivo, aspettando il prossimo risveglio dovuto ai brividi.
La dinamica di accettazione, scattata nel mio cervello, è vicina a quella che adotto nelle situazioni quotidiane di delusione e crisi.
Quando non posso rimediare a qualcosa, quando Jeferson non mi ascolta, quando Lui mi lascia io adesso penso che “non ci si può fare nulla, per adesso è così”.
Non la chiamerei resa, ma consapevole accettazione che non si può tutto nella vita, che gli imprevisti ci sono e anche troppo, che chi ami potrebbe non capirlo, non volerlo, che le forze arriveranno più tardi.

Al comedor ieri c’erano pochi bambini, ho paura che i professori non stiano facendo del loro meglio, ho paura che non li stiano amando, oltre che aiutando.
La nonna di Andres mi ha finito il vestito. Me lo sarei aspettato diverso, più elegante, ma non importa: è sicuramente la cosa più carina che ho qui in Perù.
Ieri ho iniziato una nuova collana in macramè, l’arte anti-nicotina, e devo dire che i miglioramenti si notano.
Lui. Da che era la mia forza per vivere bene qui, è diventata la principale motivazione per la quale cerco la forza qui.
La vita è proprio un pagliaccio, sarcastico ed irriverente. Non lascia il tempo di rialzarti che subito ti regala un altro sgambetto.
Se dovessi fare l’elenco delle varie sfighe successe da quando ho smesso di fumare, spaventerei il mio interlocutore. Mi inorgoglisce però il fatto che dopo tutto ciò io non mi sia mai riaccesa una sigaretta.

lunedì 5 maggio 2008

Grazie a te.

Le persone vanno e vengono.
Come sempre, qualcuno è capace di lasciare tracce indelebili in poco tempo, altri invece camminano di fianco a te per molto tempo e nemmeno te ne rendi conto.
Non è il tempo, ma la modalità di presenza, nulla di nuovo in tutto ciò.
Lui è una di quelle persone che appaiono e riempiono il tuo respiro di ossigeno, che ricolmano la tua vita di felicità, che ricolorano le parti del tuo tempo che tu stessa avevi lasciato scolorire per una tristezza, una paura.

Grupo 5

“Gaia, il Grupo5 suona stasera allo stadio di Moron!”, dice Zoila.
“Wow, perché non mi porti?”, le chiedo con tono di supplica, sicura che comunque Luciano non mi avrebbe dato il permesso.
Zoila mi prende il braccio e mi trascina da Luciano: “Padre, posso portare Gaia a un concerto?”
“Si, quando?”, risponde lui tranquillo.
Gli diamo tutti i dati: luogo, gruppo in questione, costo del biglietto, orari.

Arrivano le 21. Il momento di andare al concerto.
Isabel chiama dicendo che suo zio tarderà un pochino. I miei occhi brillano, non ho molto piacere nel vederlo. Ultimamente sia lui che Arturo si sono fatti più insistenti, tremendamente appiccicosi.
Lascio la casa e salgo in macchina del fratello di Lily, la cugina di Zoila.
Sembra che quest’ultima sia andata a prendere sua figlia Zoilita e che ci raggiungano tra poco.
Arrivate allo stadio, la gente si accalca per comprare il biglietto.
Ci sono due file per comprare i biglietti, e una per entrare.
Bisogna fare due file minimo per riuscire a passare “la selezione”.
Entrano Lily e il fratello, mentre Isabel mi avverte di non aver nemmeno un soldo, per cui avrebbe aspettato suo zio fuori.
Io mi ritrovo a non sapere che fare, se lasciare Isabel, una sedicenne poco vestita, in mano agli ubriaconi che riempiono la strada, o lasciar morire di spavento Lily, che è dentro e non mi vede.
Opto per accompagnare Isabel casa e correre dentro al concerto.
Mi ritrovo senza ne l’una, ne l’altra.
Finalmente qualcuno mi si avvicina e mi saluta, sono due di Moron Chico, dopo pochi minuti noto altre persone conosciute, mi tranquillizzo finchè non vedo Lilly che corre verso di me.
Dopo poco arrivano anche Isabel e Zoilita, senza sua madre: il biglietto costava troppo.
Ok, ricominciamo!
La calma apparente racchiude insidie tremende.
La nostra attenzione è rivolta verso il palco, balliamo e cantiamo mentre aspettiamo che il Grupo5 faccia il suo ingresso.
Lo stadio è ancora semivuoto.
Improvvisamente tre persone davanti a me, un uomo e due ragazze, decidono di andarsene e cercano di farsi spazio proprio tra me e Lily.
Mi sento trascinata via, anche se in realtà occupo sempre il medesimo posto.
I tre premono e spingono, ma in una maniera anomala, come se spingessero ma non si decidessero a passare effettivamente, alla fine spingo io la ragazza più bassa e se ne vanno.
“Attenta Gaia, quelli che fanno così sono ladri!”, dice Isabel che mi ha aiutato a cacciarli via.
“Ma va!”, dico io. Ma, toccandomi la taschina della giacca jeans, urlo: “mi han preso il cellulare!”.
In questi momenti sfido chiunque nel ragionare e trarre una decisione sensata. Io ho mollato tutti e mi sono data all’inseguimento.
Pochi secondi dopo i tre cretini si compiacevano di tutti i cellulari rubati, tirandoli fuori dalle loro tasche. Prendo l’uomo dalla giacca e lo strattono con violenza, “dammi il mio cellulare!”, gli urlo, ricevendo risa in risposta.
Grazie al cielo, in soccorso arrivano Isabel e Lily ed in fine il fratello che prende una delle due donne per il colletto della giacca e la alza di peso.
Lily si ritrova con i mano il mio cellulare, i tre scappano, io non capisco in che modo, ma mi ritrovo di nuovo davanti al palco, con le gambe che mi tremano e il mio cellulare nel reggiseno.

sabato 3 maggio 2008

Rinunciare?!

Al Vallecito la vita continua tranquilla.
Sono Jeferson è diventato ingestibile.
La nonna di Andres mi sta confezionando un vestitino lilla al modico prezzo di 20 soles (pari a 5 euro).
Intanto il mio macramè prende forma, e sono già alla terza collana.
Le sigarette sono un ricordo che a volte emerge e scompare da solo.
La mia forza è sempre Lui. Ormai è come se fosse qui, tutti mi chiedono come stia e quando arriverà a condividere finalmente con me questa vita strana, ricca.
Il mio futuro lo lascio perdere, ho rinchiuso i pensieri in uno dei cassetti reconditi della mia mente, uno di quelli che sai che c’è, ma non vai ad aprire quasi mai.
Mi sento piena di energie, decisa a vivere ed assaporare ogni istante del mio Perù.
“Ma non è il caso che torni prima e metti a posto la tua vita, gaia?”, mi dice Sara.
La domanda arriva a bruciapelo. Non ci avevo mai pensato, dico mai!
E non credevo fosse possibile che qualcuno non credesse in questa esperienza, tanto da consigliarmi di abbandonare tutto e tornare.
Io ci credo.